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TRADIZIONI

“I Misteri” e la professione del pescatore

23/10/2015 10:27

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Con questo termine dialettale venivano comunemente indicati, in gergo marinaresco, tutti quegli strumenti specialistici, in prevalenza reti con relativi utensili di corredo, che servivano per lo svolgimento della professione del pescatore. ’U Sciabbacotu come veniva definito per antonomasia il pescatore furcese che, fra tutti i misteri, prediligeva una particolare rete usata per la pesca a strascico detta appunto sciabbica ( dall’arabo xabica o sabaka ) e che veniva utilizzata per la cattura di maiatica ( neonata ), russulidda e cicireddu, o altri pesci a seconda della stagione. Ma questo è solo uno dei tanti esempi delle tecniche usate per la cattura del pesce che i pescatori hanno perfezionato con secoli di prove e di adattamenti sviluppando quella che divenne una vera e propria arte, non a caso definita Arti Maggiuri. I sistemi di pesca non prevedono solo l’utilizzi delle reti ma anche l’uso di nasse, fiocine e lenze ma, senza alcun dubbio, lo strumento più importante è ’a rizza( la rete ), attrezzatura costosa e bisognosa di manutenzione continua, della foggia e delle dimensioni più disparate a seconda del tipo di pesca per la quale veniva utilizzata: ravvicinata, costiera o d’alto mare; di superficie o di profondità. Eseguite a maglie, romboidali o quadrate, e di diversa grandezza in base al tipo di pesce da catturare, un tempo venivano confezionate dalle esperte mani dei pescatori più anziani che, ormai inadatti alle fatiche dell’attività in mare, erano anche incaricati della certosina opera di rammendo di eventuali strappi e deterioramenti di questo vitale strumento. Con abilità e destrezza le maglie venivano annodate con speciali aghi di legno detti cuceddi con i quali i vecchi lupi di mare sarcìunu (rattoppavano) anche i buchi procurati dai pesci più grossi o dalle asperità del fondale. Il filo, detto firrazzolu, era costituito da una cordicella di canapa ritorta, flessibile, molto resistente e di diversa grossezza in misura adeguata alle dimensioni del pesce da imbrigliare. Le reti venivano orlate lungo i bordi di corde di protezione ( bremi ) alle quali si legavano nella parte superiore, a intervalli regolari, dei galleggianti di sughero ( sùguru ) mentre in quella inferiore venivano zavorrate con l’applicazioni di pesi di forma ovoidale di piombo ( ghiummu ), in maniera tale che la rete calata in mare si distendesse i tutta la sua larghezza, dalla superficie fino al punto massimo, assicurando il pescaggio più ampio possibile.

Le dimensioni e le strutture di queste reti variavano a seconda del tipo di pesce e della posizione nella quale venivano utilizzate per la cattura di una determinata specie ittica e che possiamo classificare in tre tipi: da posta, da circuizione e da traino. Con quella da posta di sbarravano o recintavano dei tratti di mare, se fisse venivano distese verticalmente e ancorate al fondo oppure venivano lasciate libere di muoversi secondo il flusso delle correnti.

Una rete di posta molto usata a Furci è il trimàgghi ( tremaglio ), formato, come suggerisce il nome, da tre reti con maglie di differente grandezza: due chiamate “pareti” _ con al centro un’altra che qualsiasi pesce entri forma una sorta di sacco che ne impedisce l’uscita. La presenza della rete veniva segnalata per mezzo di _sàlami, bidoncini di plastica legati alla caloma, la corda superiore. Le due parti laterali non superavano i due metri d’altezza mentre la parte centrale era composta da tre reti accostate, quelle esterne a maglie più larghe e di colore bianco e una interna molto scura e con maglie molto strette. La lunghezza di questa rete poteva variare da 40 a 80 metri ed era armata con abbondante sughero nella parte superiore e di molto zavorrata nella parte inferiore per evitare il trascinamento delle correnti. Veniva immersa di notte a un centinaio di metri dalla riva e tirata dopo alcune ore con il suo contenuto.
Con il tremaglio si poteva pescare qualsiasi tipo di pesce… e di tutte le taglie: triglie, scorfani, buddaci, pichire, mancia cavaddi, luvari, lupi, paurotti, mupi e scazzupuli e anche seppie, polipi e aragoste.

Più semplice come costituzione, ad una sola parete, è invece la minaita, rete da sbarramento per la pesca in superficie di sarde, alici e sgombri. Alta circa 20 metri e lunga circa 300, veniva calata in una direzione unica in base alle correnti ed era dotata di galleggianti posti nella parte superiore distanziati tra loro di circa 20-25 metri che avevano il compito di bilanciare in maniera corretta l’ampiezza della rete.
C’era minaita per le sarde e quella per le acciughe, mentre molto spesso per pescare le alici si accendeva la lampara e si calavano le sciabiche.

Per quanto riguarda la tecnica di circuizione, come già più volte sottolineato, il “cavallo di battaglia” dei furcesi era la sciabbica ( sciabica ) ed era tanto usata da essere diventata un marchio a fuoco sulla pelle dei pescatori di Furci e di quelli della vicina Nizza di Sicilia, una traccia rimasta nel tempo persino in uno stralcio di un canto marinaresco che in pochi versi riassume la faticosa vita del pescatore: «Haiu a mè mariteddu sciabbacotu chi notti e iornu tira la cuddana…». Il termine arabo del nome ( shabaka = rete ) indica la possibile matrice di questa tecnica, introdotta durante la dominazione mussulmana e successivamente perfezionata negli anni. E’ una rete da accerchiamento a tre scomparti, con maglie strette in quelli laterali con un sacco centrale a maglia fittissima detto pizzali. Questa si immergeva in concomitanza del passaggio delle correnti (reme ) che coincidevano con il passaggio della luna sul meridiano di Messina: la rema scinnenti, con corrente da Messina verso Catania, con inizio quattro ore prima del passaggio lunare, e la rema muntanti che si registrava dopo due ore da questo passaggio con la corrente che si muoveva in senso opposto. Nel caso di quest’ultima la circuizione, ’a campìata, veniva svolta verso nord e verso sud nel secondo caso. Quindi, un’operazione di fondamentale importanza era la misurazione di queste correnti, che avveniva per mezzo di uno scandaglio manuale. Si trattava di una lenza zavorrata che toccava il fondo, il classico mazzuni legato a un filo di nylon al sughero.
Un classico era il cosiddetto capo d’acqua, una rema di scinnenti molto forte, o le famose paledde di muntanti e scinnenti. Con questo accorgimento si capiva pure quando la rema dava pì fora (verso il largo) o pì ‘nterra (verso la terraferma).
La rete, calata da una barca descrivendo un semicerchio partendo da un punto prescelto della battigia e trattenuta a riva ad una estremità da alcuni pescatori, completata la circuizione e ricondotto l’altro capo dell’estremità a riva ad una certa distanza dal punto di partenza, veniva poi tirata simultaneamente da entrambe le parti verso la spiaggia da tutti i componenti dell’equipaggio tranne uno addetto al controllo in mare in prossimità del cerchio esterno della rete per evitare intoppi dovuti a scogli o altri ostacoli sul fondo. L’operazione di tirare la rete in secca, di per se molto dura per l’attrito con l’acqua e lo strascinio sul fondo, era resa più semplice da uno speciale accorgimento detto cuddana, una sorta di tracolla con una cordicella all’estremità della quale era legato un pezzo di legno che veniva agganciato nella rete permettendo al pescatore di aiutarsi con tutto il corpo muovendosi a ritroso. Sulla riva una folla di curiosi assisteva allo spettacolare epilogo della “cala” con il sacco finale che, specie in primavera, era stracolmo di piccoli pesciolini: ‘a maiatica_, ovverosia le sarde appena nate, o ’a russulidda, la figlia du cicireddu. Spesso si pescavano anche le cavagnole ed allora era una festa per tutta la spiaggia, pescatori e non. La lunghezza di questa rete poteva variare, a seconda del fondale, da una a quindici corde cioè da 45 metri ( trenta passi ) a 675 metri.

’U Ragnu, era invece una variante della sciabica di dimensioni più ridotte, molto più maneggevole e utilizzabile, anche da una mano d’opera meno esperta. Poteva essere calato e tirato direttamente dalla barca e per il suo impiego bastavano anche due sole persone. Era una rete molto zavorrata e prima del sacco o pizzali era dotata di una parte a maglie spesse e molto strette
Una volta si usava ’u ragnu per le cale al largo, si mettevano cinque corde partendo da riva e, sfruttando la giusta corrente, si tornava a riva con sei corde. Con questo misteri, oltre alla cicirella, si poteva pescare di tutto: triglie, cefali aragoste e altri pesci e delizie marinare assortite dette in gergo sciabacheddu.
E si pescavano anche pesci che non vedo più da molti anni come i mazzuni, la trigliotta che si trovava a cupicchiuni, come veniva chiamato.
Per sottolineare questa sua capacità di rastrellare il fondo nel linguaggio parlato, quando ci si riferiva in generale in un discorso a chi arraffava tutto, si sentiva spesso pronunciare il detto: … eh chi passau ‘u ragnu?

Ma se la sciabbica era ‘u misteri per antonomasia dei furcesi, fra le reti da circuizione un posto d’eccellenza nella nostra cultura marinaresca, in un passato un pò più recente, lo ha occupato la pesca delle costardelle ( un pesce azzurro ) con una particolare rete chiamata raustina che veniva utilizzata con l’ausilio di due imbarcazioni …
… ma di questa spettacolare e frenetica tecnica di pesca parleremo nel prossimo appuntamento.

Articolo del 10 maggio 2009

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Giuseppe Allegra

Furci Marinaresca, slide-apertura

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