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MEMORIE

1763 e 1830: due devastanti alluvioni del torrente Pagliara

25/02/2015 10:33

Il torrente Savoca dopo un'alluvione

La tragica alluvione del 1 ottobre 2009 ci ha segnato tutti. Anche se le notizie sui TG nazionali e nel web non occupano più le prime pagine, nei paesi limitrofi non si parla d’altro. Esperienze riportate da sopravvissuti, miracolati, che hanno visto scomparire nel fango le persone accanto a loro, le storie di eroi immolatisi per salvare più vite umane possibili e lo strazio di chi resta e si accorge che un’intera esistenza è stata sepolta sotto metri di fango. Nemmeno una frase d’addio, neanche il tempo di raccogliere lo stretto necessario e ci si trova in un inferno, frastornati dal dolore, sbigottiti dallo sciamare di migliaia di persone e il frastuono di ruspe e macchine scavatrici. Giorni, mesi, anni passeranno ma quel boato e le urla della gente non saranno dimenticate.
Ma quante alluvioni hanno devastato il nostro martoriato territorio quando non esisteva ancora la Protezione Civile, non era stato coniato il termine “abusivismo” e i villaggi sorgevano lungo la costa e sulle colline, spesso in maniera disordinata esenza tenere conto dei possibili rischi?
La storia che vi raccontiamo oggi, anzi che vi riproponiamo, vista la precedente pubblicazione tra queste pagine, è una storia ormai dimenticata, appena accennata in alcune fonti, ma molto viva nella memoria dei furcesi di qualche generazione addietro. Anche il nostro territorio ha vissuto le sue tragedie, anche Furci, nel ‘700 Palme o Palmolio sulle carte topografiche, ha visto spazzati via interi rioni dalla furia delle acque e del fango. Ingenti le perdite di vite umane e anche se allora non esistevano i media i racconti nella tradizione orale dei nostri avi ci riportano immagini e storie che, oggi più che mai, ci fanno sentire partecipi del dolore dei fratelli di Scaletta e Giampilieri.

Il rione Medonna delle Grazie e le devastanti alluvioni che segnarono la fine dell’antica Palme


Articolo del 24 luglio 2008 – Autore: Giuseppe Allegra

Tamaricium sive Palme è il nome latinizzato che identifica quel villaggio della “marina di Savoca” compreso fra le sponde del torrente Savoca, a sud, e quelle del torrente Pagliata, a nord, che i fenici chiamarono Tamarizio ed i greci al loro arrivo tradussero nel loro linguaggio in Phoenix, che corrisponde oggi all’abitato furcese.
Il villaggio rimase una semplice stazione di posta ed un punto di approdo marittimo per il commercio e la pesca fino al XVII secolo, quando le coste divennero più sicure e ci fu un primo esodo della popolazione verso valle. Sorsero le prime abitazioni stabili e si ebbero i primi impulsi di un’economia che, oltre alla pesca, si sarebbe basta sulla coltivazione e la trasformazione industriale dei prodotti agricoli, in particolare agrumi, olio e vino.
Nel ‘700 il villaggio di Palme o Palmolìo era il più attivo ed il più popolato fra quelli della “Marina di Savoca” ed una buona fetta di questo abitato sorgeva in quella zona pianeggiante dove oggi si trova l’alveo del torrente Pagliara, che prima aveva la sua foce più a nord nel territorio dell’odierno comune di Roccalumera. Quel che rimane oggi di questa ampio settore dell’antica Palme-Palmolìo è il rione Madonna delle Grazie di Furci e quello detto Zia Paola nella propaggine sud di Roccalumera.
A segnare la fine di questo storico abitato furono due tremende alluvioni del torrente Pagliara avvenute fra il 1763 ed il 1830. Il triste ricordo di queste tremende catastrofi è ancora vivo nelle memorie dei discendenti di chi le ha vissute.

La spaventosa piena del 1763 avvenne in una sera di carnevale e sorprese gli ignari abitanti mentre si divertivano con le danze e le sfilate in maschera tipiche di questa festività. La furia delle acque si aprì un nuovo letto ed investì, trascinandolo via, tutto quello che si trovò di fronte: colture, alberi ed edifici. Alcune immagini terribili sono ancora nitide nella tradizione orale del posto: ci narrano di una donna che cercando rifugio su un albero venne trascinata via insieme a quest’ultimo, tale era la furia delle acque e di un uomo di nome Nino Caminiti che scampò alla morta “grazie” ad una lite coniugale. In seguito ad un battibecco la moglie se ne andò in un’altra abitazione sita nella parte opposta del paese ed il marito, pressato dall’insistente richiesta dei figlioli che chiamavano la mamma, la raggiunge poco dopo scampando così all’ ondata che trascinò via la sua abitazione.

La chiesetta e le poche case scampate alla piena ebbero lo stesso destino circa settant’anni dopo, nel 1830, quando una seconda ed ancora più catastrofica alluvione distrusse quel che rimaneva dell’antico abitato. Anche se non si è in possesso di documenti probanti, si narra che dal fango e dalle rovine sparse sul greto del torrente emerse un bellissimo quadro raffigurante la Vergine delle Grazie, miracolosamente scampata alla furia della natura. Il ritrovamento colpì positivamente l’immaginario degli abitanti del rione che, mossi da questo nuovo impulso religioso, riedificarono la chiesa in posizione più elevata, dove si trova ancora oggi, ed attorno ad essa fecero sorgere il nuovo “Rione delle Grazie”.
Qui ancora oggi, nonostante i nuovissimi caseggiati le nuove piazzette e le vie asfaltate, è ancora palpabile quel senso di antico che si accentua imboccando la via verso il colle Serro, dalla sommità del quale è possibile spingere lo sguardo fin sopra l’ampio letto dà ciumara e, ancora più in là, verso il ricordo dell’antica Palme.

Articolo rivisitato il 9 ottobre 2009

Giovanni BonarRIGO

Cocci di Storia, slide-apertura

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