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Mattina di Pasqua... racconto di Genì Foti

04/04/2015 09:38

La grande vasca di ghisa con i piedi leonini troneggiava altera nella stanza da bagno, intimidendo gli altri pezzi in ceramica ugualmente eleganti, ma di dimensioni decisamente più modeste. Solo il ritmico ticchettio delle gocce che scendevano giù dal vecchio rubinetto del lavabo, disturbava la rigorosa perfezione dell’ambiente in autentico stile liberty.
La signorile atmosfera durò ancora per poco, infatti, fu interrotta irriverentemente dalla voce argentina di mia sorella Francesca, pronta ad immergersi nella vasca, aspettando, impaziente, che mamma stemperasse l’acqua bollente.
Il bagno era un rito divertente per noi bambini, ma molto complicato per mia madre; la stanza pur trasudando un lusso senza tempo, tradiva tutti i difetti della sua vetusta età. Quell’opulenta dimora, intricato dedalo di stanze finemente affrescate, disponeva, infatti, di un impianto idraulico antiquato ed era, quindi, necessario riscaldare l’acqua in grandi pentoloni sulla cucina a gas. Il processo continuava con il faticoso trasporto dell’acqua bollente e il sapiente travaso nella regale vasca da bagno, troppo grande da riempire.
Mamma aveva risolto il problema con un ingegnoso stratagemma: una vasca azzurra in plastica sufficientemente piccola da infilare nella smisurata vasca di ghisa e ampia abbastanza per immergerci comodamente.
L’aveva acquistata da Don Catino che passava tutte le mattine sulla sua moto ape stracolma di ogni ben di Dio: – Ombrelloni per la spiaggia, sedie a sdraio, stendibiancheria … –
gracchiava il megafono e tutte le donne del quartiere si avvicinavano per comprare i più impensati articoli per la casa. Noi bambini avevamo occhi solo per i cavallini di plastica rosso fuoco con le ruote azzurre e i giocattoli di latta con gli ingranaggi a corda.
Le mani esperte e laboriose di mia madre sfregarono energicamente la pelle bruna di Francesca e, con cura, l’avvolsero in un telo di spugna morbido e profumato. – Presto, sbrighiamoci, ora tocca a me – le dissi con urgenza.
La vasca fu svuotata e riempita di acqua pulita; l’odore del sapone alla magnolia solleticò le mie narici, mi immersi lentamente e gioii del calore avvolgente, volevo restare lì per sempre, al sicuro, immersa in un mare primordiale al profumo di primavera.
Uscii a malincuore, mi asciugai in fretta e mi diressi nella stanza che dividevo con le mie sorelle.
Era la mattina di Pasqua e sui nostri lettini stavano in bella vista, allineati ordinatamente, i vestiti nuovi, stirati alla perfezione e pronti per essere indossati.
Davanti all’armadio impazienti di andare a spasso, ci attendevano tre paia di stivali nuovi di zecca, ultimo acquisto del Venerdì Santo.
Eravamo così felici di averli ricevuti in regalo, erano così splendidi e alla moda!
La pelle di un caldo marrone non aveva nemmeno una grinza, le fibbie sembravano d’oro. – Sono costati tanto e dovranno durare almeno fino al prossimo inverno! – dissi con saggezza. – Oh, io di sicuro ci riuscirò, ma tu per quanto ci stai attenta, non fai durare un paio di scarpe nemmeno per una stagione!- continuò Francesca.
Mi arrabbiai, ma sapevo che aveva ragione. Non guardavo mai dove mettevo i piedi, il mio passo era lungo e pesante e la testa sempre tra le nuvole, persa in fiabeschi voli pindarici. Per quanto stessi attenta e le ripulissi accuratamente, le poche calzature che possedevo si rovinavano inesorabilmente in poco tempo. – Vedrai stavolta ce la farò. Sembrano robusti, non si apriranno né si consumeranno.- – Se lo dici tu! – Mi guardò poco convinta mentre tirava su la cerniera dei suoi stivali.
La voce di papà interruppe il battibecco. – Muovetevi, Sandra è già pronta, vi aspettiamo giù in strada.-
Corremmo giù per le scale e raggiungemmo papà e Sandra, la più piccola delle tre, anche lei felice dei suoi stivaletti microscopici. Ci sorrise e le lentiggini sul naso cominciarono a danzare allegramente.
Eravamo tutti tirati a lucido, compreso mio padre: maglione a collo alto beige, giacca di renna e pantaloni scuri, scarpe spazzolate di fresco e barba appena fatta.
Ci muovemmo speditamente, papà come me, aveva un passo lungo e veloce, Sandra preferì arrampicarsi sulle sue spalle, io e Francesca gli trotterellammo accanto. – Sbrighiamoci, i nonni vi stanno aspettando per gli auguri. – tuonò con la
sua voce baritonale.
La casa si trovava alla fine del paese, vicino al castello dei Foti impreziosito dal grande pino mediterraneo che, come un ombrello, riparava l’edificio dal sole e dal vento.
Il nonno alto e rassicurante ci aspettava nella Piazzetta dei Caduti. Mi piaceva quel posto, occupava una posizione elevata rispetto alla strada Nazionale e dominava il torrente. Sembrava una torre di guardia, la colonna di marmo bianco, con i nomi scolpiti dei giovani furcesi morti in guerra, si ergeva al centro come un raro obelisco. – Nonno, nonno, siamo qui – urlammo, ma non ci sentì, ci dava le spalle e la sua
quasi totale sordità non gli permise di avvertire le nostre piccole voci.
Scrutai la figura solitaria del nonno Milazzisi. Dritto e fiero, immerso nel suo sordo silenzio e nei suoi pensieri più intimi, osservava con solennità il torrente. Sembrava una sentinella pronta a lanciare l’allarme. Chissà cosa gli frullava per la testa!
Improvvisamente si girò e ci salutò alzando il braccio fino al cielo.
Nonno così simile a mio padre, alto e dinoccolato, capelli lisci e fini che ricadevano in continuazione sulla fronte ampia, occhi piccoli e acuti come tizzoni, naso grande ed aquilino, orecchie spaventosamente a sventola. – Buona Pasqua! – ci urlò.
Baciammo con affetto quelle guance raggrinzite dal tempo e saltammo felici quando ci allungò una banconota da diecimila lire.
Mio padre e Sandra rimasero lì con il nonno, dirigendo lo sguardo verso la spiaggia ancora deserta e il mare piatto e turchese, sfiorato appena dalle ali ampie e fluttuanti dei gabbiani. – Ci vediamo a casa. Torniamo a mezzogiorno. – promettemmo a papà ma
soprattutto, a Sandra che voleva venire con noi.
Era sempre così, i suoi occhi marroni, come mandorle dolci, si riempivano di lacrime, ma non potevamo portarla con noi, era troppo piccola per le nostre esplorazioni spericolate. La rassicurammo con parole molto convincenti e, ripiegando accuratamente le banconote, entrammo nella casa dei nonni.
Il tepore del panificio che occupava il seminterrato dell’ abitazione, ci salutò benevolmente; anche se era domenica e non si panificava, l’odore del pane fragrante saliva con discrezione le scale e aleggiava per le stanze.
La nonna era in cucina, il posto le si addiceva. La stanza piccola e quadrata si adattava stranamente alle forme sovrabbondanti della sua padrona. Ogni superficie era ricoperta di pentole, padelle, piatti bianchi di ceramica, barattoli di spezie, verdure di ogni tipo e conserve di pomodoro. Una confusione ordinata che le permetteva di cucinare il ragù più ricco e pepato del quartiere, sufficiente per un intero reggimento.
La mia attenzione fu catturata dal pentolone che sobbolliva sommessamente sul fornello. Tirai su il coperchio, l’invitante borbottio mi ricordò la buffa melodia di un oboe, l’odore … assolutamente delizioso. Le polpette galleggiavano felici nel sugo di pomodoro insieme a pezzetti di carne di maiale e involtini infilzati da stecchini di legno; il pepe nero, come uno sciame di moscerini, si spostava pigramente seguendo un’ideale corrente circolare, tracciata dallo spesso strato di olio d’oliva che ricopriva il ragù.
Presi il mestolo e tirai fuori due polpette: – Una per me, una per te – dissi diligentemente a mia sorella. – Ci sono anche Alessio e Gabriella. – – Allora ne tiro fuori altre due. –
Trangugiammo, insieme ai nostri cugini, quelle delizie pepate senza essere visti dalla nonna, impegnata com’era a sbucciare piselli.
Per la fretta sentimmo il palato scorticarsi!
Senza aspettare oltre, scendemmo di corsa le ripide scale che portavano giù al panificio.
Quella domenica mattina l’ambiente era pervaso da un grande silenzio. I forni erano spenti, le pale appoggiate ordinatamente alla parete, le ceste vuote ed impilate, il tavolo da lavoro ripulito, la vecchia bilancia scintillante, l’impastatrice ferma, meritato riposo dopo una settimana di duro lavoro. Tutto sembrava avvolto da una sonnolente immobilità.
I sacchi di farina osservarono con disappunto la nostra chiassosa intrusione in quel muto santuario. Ma non ce ne curammo affatto. Anzi, senza alcun rispetto, spalancammo con fragore la porta a vetri e uscimmo fuori.
Il cortile del panificio, dominato dal vecchio fico con i rami immensi ed intricati, si apriva, attraverso uno stretto vicolo, direttamente sul torrente.
Con la bocca ancora ustionata, pensammo di perlustrare brevemente l’ area. Attraversammo il cortile con circospezione, il cane lupo sonnecchiava sotto il fico e con occhio vigile ci osservò severamente, ma non abbaiò, ci conosceva troppo bene!!
Il paesaggio che si aprì davanti ai nostri occhi era magnifico, il greto era completamente asciutto e tappezzato da scampoli di ginestra che addolcivano la durezza dei sassi grigi profumando delicatamente l’aria primaverile.
Come quattro moschettieri, con il fidato “destriero” Fritz, il sontuoso pastore belga che ci scortava in tutte le nostre terribili avventure, organizzammo il piano di battaglia: la conquista della collinetta di sabbia che sorgeva proprio al centro del torrente.
Non badammo ai vestiti nuovi che avevamo indossato per quella mattina di festa, gli stivali di cuoio sfavillanti che mamma ci aveva regalato, osservarono con orrore la ghiaia e la polvere chiedendo pietà, ma i nostri giovani piedi scalpitarono impazienti fino a raggiungere il grande cumulo di sabbia.
Una volta raggiunta la sommità, mi resi conto troppo tardi, che stavo sprofondando inesorabilmente in una pozza di sabbie mobili. Pensai ai miei stivali nuovi e a mia madre, la polpetta bollente che mi aveva scorticato il palato fece un balzo nel mio stomaco.
Francesca, Alessio e Gabriella, invece di correre a chiedere aiuto, si precipitarono con incoscienza verso di me, tesero le mani e con tutta la forza che avevano in corpo mi tirarono fuori. – Muoviti, aggrappati che ce la possiamo fare – esclamò Francesca senza perdersi
d’animo. Nel momento in cui emersi, Fritz abbaiò festosamente, ma non c’era niente da festeggiare!
Il fango mi era entrato fin nelle ossa, i miei amati stivali erano strapieni di melma e i pantaloni di velluto a coste color ruggine completamente rovinati. Cercando di consolarmi, Francesca rise ed esclamò sorniona: – Appena torniamo a casa e mamma ti vede conciata così, ti ammazzerà di botte!!! – - Grazie, grazie per l’ incoraggiamento! – farfugliai tra le lacrime.
Ripercorremmo la strada verso il panificio, superammo il cortile seguiti da Fritz, indispettito perché la spedizione era finita prima di iniziare; risalimmo le scale e andammo a cercare la nonna.
Non appena la povera donna avvistò la piccola pattuglia in ritirata, si preoccupò terribilmente, ma invece di rimproverarci, si accertò che tutti stessimo bene. Poi spostò lo sguardo sui miei vestiti, scosse la testa e mi fece salire su una sedia cominciando a ripulirmi dal fango che intasava anche le tasche dei miei pantaloni.
Dopo vari tentativi riuscii a togliere gli stivali e rassegnata, mi diressi a casa cercando di ignorare l’ilarità di mia sorella e dei miei cugini.
Giungemmo a casa quasi subito, mamma rimase senza parole. – Che cosa è successo?! – mi chiese incredula.
Ero proprio caduta in disgrazia!! La guardai contrita e mi dispiacqui così tanto, sapendo quante rinunce e sacrifici avesse fatto per comprarci quei regali così costosi. Dietro i suoi occhi verdi, così simili ai miei, intravidi con chiarezza dolore e rammarico. Ero sempre così attenta a non deluderla, comportandomi con una saggezza più grande dei miei nove anni e, adesso, provavo solo una vergogna cocente, per essere stata così incauta.
Gli stivali, dopo una vita breve ma avventurosa, erano irrimediabilmente rovinati! Non avrebbero visto nemmeno l’inizio del prossimo inverno!
Francesca aveva profetizzato ogni cosa, e come un’antica Sibilla le sue parole si erano avverate!
I suoi stivali naturalmente durarono a lungo, così a lungo che li indossò anche Sandra. Mai un granello di polvere li sfiorò, il cuoio e i tacchi non persero la patina originaria, rimanendo sempre come nuovi!
Quel giorno non ci furono punizioni, dopotutto era Pasqua!
Trovai consolazione nella vasca azzurra di plastica superbamente incastrata in quella maestosa di ghisa.
L’aristocratica calma della stanza da bagno accolse i miei singhiozzi accorati e l’acqua calda e profumata di sapone allontanò i tristi pensieri che si accavallavano nella mia testa ricciuta.
La mano ferma e confortante di mia madre strofinò con una spugna abrasiva ogni centimetro del mio corpo, rimuovendo gli strati di fango ormai duro come cemento!

Genì Foti

Articolo del 13 aprile 2014

Redazione

Amarcord, slide-apertura

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