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Comunità religiosa: liturgia e commento Ascensione del Signore C

08/05/2016 08:20

LITURGIA DELLA PAROLA E COMMENTO
A cura di Maria Rita Campobello

LITURGIA DELLA PAROLA


Prima Lettura At 1,1-11
Fu elevato in alto sotto i loro occhi.

Dagli atti degli apostoli
Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.
Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».
Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra».
Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

Salmo Responsoriale Dal Salmo 46
Ascende il Signore tra canti di gioia.

Popoli tutti, battete le mani!
Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l’Altissimo,
grande re su tutta la terra.

Ascende Dio tra le acclamazioni,
il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni,
cantate inni al nostro re, cantate inni.

Perché Dio è re di tutta la terra,
cantate inni con arte.
Dio regna sulle genti,
Dio siede sul suo trono santo.

Seconda Lettura Eb 9,24-28; 10,19-23
Cristo è entrato nel cielo stesso.

Dalla lettera agli Ebrei
Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte. Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.
Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura.
Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso.

Vangelo Lc 24,46-53
Mentre li benediceva veniva portato verso il cielo.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo gior­no, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia
e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

COMMENTO


    Sono trascorsi quaranta giorni dalla resurrezione di Gesù. In tutto questo tempo Egli è stato con i suoi apostoli, continuando a parlare loro del regno di Dio. Probabilmente, in mezzo a discorsi nuovi, avrà anche ripetuto cose già dette tante volte; ma ora quelle stesse cose acquistano una luce diversa, un sapore nuovo; è il Risorto a dirle e i discepoli ormai hanno la certezza che quell’uomo, che per tre anni hanno seguito e ascoltato, magari non comprendendone appieno parole e gesti, è veramente il Figlio di Dio, il Messia tanto atteso, il Salvatore.
    E’ giunto il momento del distacco. Gesù lo aveva annunciato durante l’ultima cena, spiegando che il suo ritorno al Padre era la condizione necessaria perché il progetto di salvezza avesse il suo pieno compimento con la venuta dello Spirito Santo. “Ora vado da colui che mi ha mandato… E’ bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi” (Gv 16, 5.7). Il Figlio di Dio si era fatto uomo, aveva affrontato la passione e la morte ed era risorto, affinché gli uomini potessero ricevere lo Spirito Santo. Questo era il progetto di salvezza elaborato dal cuore di Dio! E andava infinitamente al di là di ogni aspettativa umana. L’uomo, infatti, poteva immaginare la salvezza come perdono dei peccati; e ciò sarebbe già stato da lui considerato un regalo inestimabile da parte di Dio. Ma Dio aveva progettato per l’essere umano qualcosa di ancora più grande e meraviglioso: il dono di Sé, della propria vita divina, il dono dello Spirito Santo, che, entrando nell’uomo con il sacramento del battesimo, lo avrebbe reso figlio di Dio, divinizzandone la natura.
    L’essere umano aveva voluto “rubare” la divinità di Dio, cedendo alle lusinghe di Satana, ma, volendo diventare come il suo Creatore, si era, invece, scoperto “nudo”, cioè nella sua verità di creatura estremamente debole e fragile. Ed ecco, ora si vedeva offerta da Dio stesso, come un immenso, incredibile dono gratuito d’amore, quella divinità, di cui, con orgoglio e presunzione, aveva desiderato impadronirsi. Così l’essere umano, “innestato” in Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell’umanità, si trova ad avere in sé non solo la vita umana, ma, per mezzo dello Spirito Santo, anche la vita divina. Ed egli, povera, fragile creatura, assurge, in tal modo, alla dignità di figlio di Dio e può chiamare il suo Creatore con il tenerissimo nome di “Abbà”, parola che in aramaico, la lingua parlata da Gesù, significa “papà”, cioè il modo più affettuoso per chiamare il proprio padre.
    Gesù sta per lasciare definitivamente questo mondo, per ritornare al Padre. Gli apostoli provano senz’altro un senso di smarrimento, nonostante tutte le assicurazioni del loro Signore e Maestro. Non lo vedranno più, non potranno più ascoltare fisicamente la sua voce. E il regno d’Israele? Quando verrà ricostituito? Lo chiedono a Gesù, dimostrando così, ancora una volta, di non avere compreso che cosa sia veramente il regno di Dio. Gesù, con pazienza, li aiuta ad andare oltre le loro miopi aspettative e annuncia l’imminenza di un avvenimento straordinario: lo Spirito Santo “tra non molti giorni” scenderà su di loro e li trasformerà profondamente, rendendoli capaci di essere suoi testimoni, capaci di un annuncio che da Gerusalemme si estenderà “fino ai confini della terra”. Così Gesù fa loro comprendere che non saranno essi, con le loro forze, a diffondere il regno di Dio, ma sarà l’azione potente dello Spirito Santo a compiere, in loro e attraverso loro, le sue meraviglie.
    Nel brano del Vangelo Gesù dice ai suoi apostoli di non agire, di non fare nulla, fino a quando lo Spirito Santo non sarà sceso su di loro: “…Ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”. E’ un concetto che Gesù aveva già espresso durante l’ultima cena: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5). E’ la profonda, intima comunione con Dio che rende l’essere umano capace di produrre i frutti dell’amore. Egli, essere debole e impotente, solo aprendosi con umiltà e docilità a Dio e permettendogli, così, di agire con tutta la sua potenza, può vedere fiorire nella sua vita le meraviglie che soltanto Dio può compiere.
    “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. E’ l’annuncio che due angeli fanno agli apostoli, i quali, ancora pieni di sgomento e di stupore, sono rimasti a fissare il cielo, mentre Gesù se ne va. E’ l’annuncio della parusia, del ritorno glorioso di Gesù, della sua seconda venuta alla fine dei tempi. Se la sua prima venuta era stata umile, nascosta, legata al sacrificio che Egli doveva affrontare per redimere l’essere umano, per “annullare il peccato” (2a lettura), la seconda venuta sarà gloriosa, come annunciato dallo stesso Gesù: “Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria” (Mt 24, 30). Sarà la pienezza della sua vittoria su Satana, che, incatenato definitivamente ed eternamente, non potrà più tentare gli uomini e far loro del male, allontanandoli da Dio.
    Di questa seconda venuta del suo Signore Gesù la Chiesa è continuamente e gioiosamente in attesa, come ripete l’assemblea dei credenti a ogni celebrazione eucaristica dopo la consacrazione: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”.
    Gesù quasi duemila anni fa è salito al cielo e un giorno ritornerà glorioso. Tra la sua ascensione e la sua seconda venuta intercorre un tempo che nessuno conosce. E’ il tempo dell’attesa e della missione della Chiesa. Da quel lontano anno 33 dopo Cristo fino alla parusia la Chiesa, guidata e spinta dallo Spirito Santo, è chiamata ad annunciare con entusiasmo la Buona Novella del suo Signore. E in questo cammino Gesù le è sempre accanto. Egli l’ha promesso ai suoi apostoli proprio nel momento in cui stava ritornando al Padre: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,19-20).
    Anch’io, componente della Chiesa di Cristo, che vivo in questo tempo, in questo luogo, sono costantemente accompagnato dal mio Signore. Anche a me Egli ripete: “Io sono con te sempre” e nella sua presenza fedele e piena d’amore io trovo in ogni istante il coraggio e l’entusiasmo del mio vivere, nella piena consapevolezza che questa mia vita, nella sua quotidiana semplicità, può far diventare visibile al mondo la presenza d’amore di Dio.

Maria Rita Campobello

Liturgia della Parola,

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