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Comunità religiosa: liturgia e commento XII Domenica del Tempo ordinario C

18/06/2016 20:29

LITURGIA DELLA PAROLA E COMMENTO
A cura di Maria Rita Campobello

LITURGIA DELLA PAROLA


Prima Lettura Zc 12, 10-11; 13.1
Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (Gv 19, 37).

Dal libro del profeta Zaccaria
Così dice il Signore: «Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito. In quel giorno grande sarà il lamento a Gerusalemme, simile al lamento di Adad-Rimmon nella pianura di Meghiddo. In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità».

Salmo Responsoriale Dal Salmo 62
Ha sete di te, Signore, l’anima mia.

O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua.

Così nel santuario ti ho contemplato, guardando la tua potenza e la tua gloria. Poiché il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode. Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani. Come saziato dai cibi migliori, con labbra gioiose ti loderà la mia bocca. Quando penso a te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali. A te si stringe l’anima mia: la tua destra mi sostiene.

Seconda Lettura Gal 3, 26-29
Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati
Fratelli, tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

Vangelo Lc 9, 18-24
Tu sei il Cristo di Dio. – Il Figlio dell’uomo deve molto soffrire.

Dal vangelo secondo Luca
Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».

COMMENTO


    “Le folle, chi dicono che io sia?” chiede Gesù ai suoi apostoli. Una piccola indagine, che ci può anche sorprendere. Perché Gesù vuole sapere che cosa la gente pensa di Lui? Questa “curiosità” non sembrerebbe da Lui, sempre estremamente libero di fronte alle opinioni che la gente poteva avere riguardo alla sua persona. Ma, andando avanti nella lettura dell’odierno brano di Vangelo, ci possiamo rendere conto della sapienza di Gesù, della sua profonda conoscenza del cuore umano e delle modalità più opportune per arrivare a questo cuore e aiutarlo ad affrontare situazioni che potrebbero metterlo in agitazione o addirittura farlo precipitare in un abisso di paura e di angoscia.
    Parte da molto lontano Gesù. In un primo momento fa parlare i suoi apostoli non coinvolgendoli personalmente. Devono solo riferirgli le “voci” che “corrono” su di Lui. E gli apostoli gliele riferiscono tranquillamente. A loro, forse, poteva sembrare che, esaurite tutte le opinioni riportate, l’indagine si chiudesse lì. Invece… “Ma voi, chi dite che io sia?”. Improvvisamente per i Dodici quell’indagine stava diventando alquanto spinosa. Ora erano loro che venivano interpellati personalmente, che dovevano guardare dentro il loro cuore e dire a Gesù chi era secondo loro. Da tre anni ormai stavano con Lui; avevano condiviso con quel loro “Rabbi” momenti di gloria e momenti di rifiuto, momenti di gioia e momenti di dolore. Ma… lo conoscevano veramente? E, soprattutto, lo amavano fino al punto da rischiare la vita per Lui? Pietro risponde a nome di tutti e probabilmente ognuno degli apostoli, nel suo cuore, ha ringraziato Pietro per averlo tirato fuori dall’imbarazzo di una risposta, che magari tanto precisa e tanto sicura non sarebbe stata. “Il Cristo di Dio” è la risposta di Pietro, una risposta la cui portata forse ci sfugge, perché noi siamo abituati ad ascoltarla da quando siamo nati. Ma, se ci sforziamo di metterci nei panni di quei dodici uomini di duemila anni fa, forse ci potremo rendere conto della vera portata di quell’affermazione. Se Pietro, nel dare quella risposta, fosse stato, per caso, sentito da qualche ebreo e, particolarmente, da qualche fariseo o sacerdote o dottore della legge, avrebbe, come minimo, rischiato un processo per bestemmia. Egli, infatti, stava dicendo a Gesù che aveva riconosciuto in Lui il Messia atteso dal popolo d’Israele; ma non solo questo. Nello stesso episodio riportato dall’evangelista Matteo la risposta di Pietro è molto più profonda: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16). Pietro stava affermando la divinità di Gesù, chiamandolo “Figlio di Dio”. Non sarà proprio questa affermazione fatta da Gesù davanti ai capi dei sacerdoti e al sinedrio durante il processo contro di Lui che lo farà condannare con l’accusa di avere bestemmiato, essendosi dichiarato Figlio di Dio? Per un popolo rigorosamente monoteistico, come era quello ebraico, non poteva esserci bestemmia più grave. Eppure, Pietro fa questa professione di fede, che gli varrà la missione di primo papa della Chiesa di Cristo.
    “Il Cristo di Dio”: ecco chi è Gesù. E’ il Messia, il Salvatore tanto atteso dal popolo ebraico, da tutta l’umanità sofferente sotto il peso immane del peccato, un Messia, che sarebbe stato “trafitto”, come leggiamo nella prima lettura, e che con la sua sofferenza e morte avrebbe, dal Padre, “guadagnato”, per il popolo ebraico e per tutti gli uomini e tutte le donne di ogni luogo e di ogni tempo, “uno spirito di grazia e di consolazione, … una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità” e addirittura la stessa vita divina, come dice Paolo nella seconda lettura, poiché, grazie a Gesù, il Figlio di Dio, anche noi, inseriti in Lui per mezzo del battesimo, siamo diventati figli di Dio. E, come “terra arida, senz’acqua”, l’essere umano, assetato di Dio in ogni fibra del suo essere, anche quando non ne ha consapevolezza, ha trovato, grazie a Gesù, la sua acqua, limpida, zampillante, sempre nuova, portatrice di vita piena e rigogliosa.
    Essere “figli di Dio”, avere in noi la stessa vita divina! Se soltanto riuscissimo a comprendere anche minimamente la bellezza di questo dono “riversato” da Dio dentro di noi gratuitamente, per il suo amore infinito! Probabilmente l’unica parola che potrebbe sgorgare dal nostro cuore sarebbe un “Grazie” incessante e gioioso.
    Una gioia che gli apostoli probabilmente non avevano nell’ascoltare quelle tremende parole di Gesù, che, mentre annunciava la sua passione, esponeva a loro e “a tutti” (anche a noi, quindi) le condizioni da Lui poste per seguirlo. Egli non prometteva ai credenti in Lui una vita facile. “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà”. Parole che fanno tremare le vene e i polsi, ieri come oggi. Purtroppo, queste parole, ripetute lungo i secoli dai cristiani come un leit – motiv nell’annuncio della Buona Novella, hanno, in qualche maniera, sortito l’effetto di una deformazione del volto di Gesù e del Padre, mostrando questo nostro splendido Dio come una specie di divinità sanguinaria, che chiede ai suoi fedeli sofferenza, sofferenza, sofferenza! Quante anime, in questi duemila anni di vita della Chiesa, sono state allontanate dal cuore di Dio a causa di queste affermazioni di Gesù non correttamente presentate!
    Un criterio fondamentale, per capire le parole e le azioni di una persona, è il tenere sempre presenti il tempo, il luogo e le circostanze in cui la persona ha parlato e ha agito. Se non si fa questa “operazione” culturale, il rischio è di far dire e di far fare a quella persona ciò che mai essa ha voluto dire e fare. Errore, questo, che, per quanto riguarda Gesù, è molto più frequente di quanto si pensi.
    Certamente le parole di Gesù sono valide per ogni uomo e donna di ogni tempo e di ogni luogo. Ma Gesù, quando parlava, aveva di fronte uditori provenienti o dal mondo ebraico o dal mondo pagano. Egli annunciava un messaggio di salvezza che richiedeva una profonda conversione di cuore e di mentalità. Un Ebreo o un pagano che avessero accolto Gesù come loro Salvatore, come loro “Via, Verità e Vita”, necessariamente avrebbero dovuto cambiare modo di pensare e di vivere, avrebbero acquisito una visione culturale, esistenziale molto diversa da quella avuta prima di diventare cristiani. Non occorre un grande sforzo d’immaginazione per capire in quale situazione un Ebreo o un pagano convertitisi a Gesù potevano trovarsi all’interno della propria famiglia e della propria comunità religiosa, politica e sociale, con familiari, amici, conoscenti, concittadini, i quali, non avendo accettato Gesù nella loro vita, rimanevano ancorati saldamente alle loro convinzioni, al loro modo di “vedere” e vivere la loro esistenza. Veramente la vita di un convertito a Cristo poteva diventare estremamente difficile in tutti gli ambiti in cui la sua vita si svolgeva; addirittura poteva diventare un inferno nella propria famiglia, a causa delle lotte che quotidianamente, di fronte a un problema da risolvere o a una decisione da prendere, probabilmente si trovava a sostenere con i propri familiari, lotte, quindi, che risultavano molto dolorose, poiché coinvolgevano gli affetti più cari. No, non era assolutamente facile, per i cristiani dei primi secoli, e particolarmente dei primissimi tempi, essere fedeli testimoni di Cristo. Anche quando non veniva sparso il sangue fisicamente, il sangue scorreva ugualmente a fiumi dentro i cuori che soffrivano atrocemente per l’incomprensione o, addirittura, il tradimento dei propri stessi familiari. Gesù l’aveva annunciato: “Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato” (Mt 10, 21 – 22). Un fratello denunciato e fatto condannare dal proprio fratello. Un figlio denunciato e fatto condannare dal proprio padre. Una madre e un padre denunciati e fatti condannare dai propri figli. Si possono immaginare situazioni più tremende? Noi, che siamo abituati a vivere nel nostro mondo di cultura cristiana, difficilmente riusciamo a immaginare quali difficoltà dovevano incontrare i primi cristiani nella propria vita quotidiana. Forse, nel nostro tempo, possono capire tali difficoltà i cristiani che costituiscono una minoranza in quelle nazioni la cui popolazione è in maggioranza di una religione diversa e, soprattutto, dove le minoranze religiose non hanno libertà di culto.
    Ecco il motivo per cui Gesù ha pronunciato quella frase “tremenda” e altre frasi forse ancora più “tremende”: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me” (Mt 10, 37) e “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14, 26). Egli richiede ai credenti in Lui convinzione profonda e fedeltà assoluta. Gesù conosce il cuore umano, ne conosce le debolezze e le fragilità. Egli sa che lottare contro le persone più care per rimanere fedeli a Lui è il combattimento più difficile e doloroso e che la tentazione di rinunciare a Lui, di rinnegarlo, per avere la pace in famiglia, per conservare l’amore dei propri familiari, può essere molto forte. E non è scontato che Gesù, in questa lotta interna al cuore del credente, risulti vincitore.
    Gesù, io, probabilmente, non mi trovo davanti alla drammatica scelta fra Te e i miei cari, però posso trovarmi di fronte a scelte forse meno drammatiche, ma non meno pericolose, perché magari più subdole, meno immediatamente “visibili”, scelte che non appaiono come tali ai miei occhi, perché costituiscono, in maniera quasi “scontata”, la mia quotidianità: la sicurezza economica, il prestigio, la carriera, il culto della bellezza, anche la spensierata superficialità; e tante, tante altre cose, che possono “occupare” il mio cuore molto più di Te.
    Ti prego, allora, Signore, metti dentro questo mio cuore una tale sete di Te, che in ogni istante mi faccia cercare e “vedere” solo la tua acqua e dentro quest’acqua immergere, quindi, ogni realtà della mia esistenza, dalla più importante alla più insignificante. Allora ogni cosa, nella mia vita, sarà armoniosamente al posto giusto.

Maria Rita Campobello

Liturgia della Parola,

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