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TRADIZIONI

Feste Popolari: la Quaresima

442 giorni fa

Una volta la Quaresima in Sicilia era accompagnata da quaranta lunghi giorni di penitenze e di altre pratiche spirituali raccomandate dalla Chiesa, a partire dalle Ceneri per finire alla Domenica di resurrezione, una cosa ben diversa dalla Quaresima di oggi, molto meglio sopportabile, in confronto a quel lungo periodo di fibrillazione di preti, frati e confraternite, di conventi e istituti dove, immancabilmente, dovevano essere assolti gli esercizi spirituali. Ogni paese aveva una “casa degli esercizi”, o un luogo destinato ad essi, all’interno del quale i devoti si chiudevano, senza mai uscire nemmeno per vedere i parenti, per una settimana di isolamento a base di pratiche di devozione e di pietà.
Probabilmente per questo, ancora oggi, quando ci si riferisce ad una cosa lunga e fastidiosa si dice che è: ”longa quantu ‘na Quaresima!”

Gli esercizi spirituali erano suddivisi per categorie di persone: ce n’erano per gli uomini, per le donne sposate, le ragazze nubili e persino per i bambini, si svolgevano per lo più di sera e si componevano di un momento di istruzione e uno di meditazione svolti da due ”oratori” diversi. E chi faceva la meditazione, in special modo, metteva una gran paura sfoderando un patos oratorio nel trasmettere il dolore, lo strazio, le pene del supplizio, tanto da terrorizzare i presenti. Un realismo scenico che in alcuni casi sfociava in rappresentazioni assurde, come quella raccolta dalla studioso Giuseppe Pitrè che ebbe luogo nella chiesa di S. Maria degli Angeli in Palermo, detta della Gancia, dove alcune donne, di fronte alla rappresentazione dell’inferno con fiamme autentiche, urla dannate e rumori di catene, svennero e qualcuna, nel marasma che si generò, rimase contusa. Dovette intervenire la Polizia per interrompere la scenata redarguendo gli imprudenti scenografi e così nella bocca del Popolo, l’episodio venne preso ad esempio, anche qui per definire nel gergo popolare, finì a ‘nfernu di Gancia, una cosa che finisce male.

Delle antiche pratiche di penitenza, alcune sono usate ancora oggi, come il non mangiare carne né latticini. Ai tempi, in questo periodo, il cibo consumato era fatto di legumi, pesci, salame e altro, alimenti molto umili dopo l’opulenza del carnevale, tanto che durante le lunghe settimane di quaresima i palermitani erano soliti festeggiare, auspicandone presto la conclusione, con uno spettacolo profano detto: la sirrata di la vecchia.
Così, a metà Quaresima, una vecchia veniva trasportata su un carrozzone trainato da buoi e condotta su un palco, per l’estremo supplizio, da due finti carnefici che, tra il fragore della folla, gli segavano il collo con tanto di fuoriuscita di sangue ( da una vescica riempita di liquido rosso ), mentre la vecchia fingeva di venir meno. Con lei, simbolicamente, moriva la Quaresima di penitenza anche se alla fine effettiva mancavano ancora una ventina di giorni.
L’ultima di queste finte esecuzioni ebbe luogo nella prima metà del ‘700 e oggi le vecchie penitenze non si fanno più, come i ceci e gli altri legumi hanno lasciato il posto ad altri alimenti che non fanno per nulla pesare l’astinenza che è ben ricordata in un altro detto popolare:

nesci tu, porcu manciùni; trasi tu, sarda salata; veni tu, donna disiata; dove il maiale rappresenta il grasso carnevale, ‘a sarda salata le privazioni della Quaresima e la donna tanto desiderata è la Pasqua.

Tra i proverbi sulla quaresima ne citiamo alcuni molto noti come questo del XVI secolo che recita:

Pri un sasizzottu vogghiu guastari la Quaresima, quando si intende rompere il digiuno;

e poi quello ancora oggi molto conosciuto anche nelle nostre contrade:

Marzu non veni mai senza Quaresima, perché nell’arco del calendario, all’inizio o alla fine, almeno qualche giorno della Quaresima toccherà a questo mese.

Articolo del 11 maggio 2009.

Foto anni '50: il giovane Padre Donsì (a sinstra) con un alto prelato si reca in chiesa

Giuseppe Allegra

Feste Popolari, slide-apertura

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